
Se è breve, che biografia è?
Allora siediti. Versati qualcosa, se ce l’hai. Questa è lunga, come la strada, e come la strada non ti promette niente.
Mi chiamo Sabino Di Reda. Sono nato a Barletta nel 1981. Poi mi hanno spostato come un pacco tra Bisceglie, Trinitapoli e Bari, e a un certo punto ho smesso di disfare le valigie. Crescere così ti insegna una cosa sola, ma te la insegna bene: casa non è un indirizzo. Casa è quello che riesci a portarti dietro senza che si rompa.
Sono pugliese. Ho il sole addosso, il mare negli occhi e la testa dura come il tufo. Chi mi conosce sa che la terza è quella che mi ha fatto più danni.
Quando scrivo divento Black. Che poi, diciamocelo, tra tutti i nomi americani del mondo potevo sceglierne uno meno da film di serie B. Ma Black non l’ho scelto io. Mi è venuto addosso, come certe malattie e certe donne. E adesso me lo tengo.
Vengo dal basso. Non lo dico per fare il poeta maledetto: i poeti maledetti di solito hanno un padre notaio. Lo dico perché dal basso si vede il mondo per com’è davvero. Vedi le suole delle scarpe della gente. Vedi chi cammina guardando dove mette i piedi e chi ti passa sopra senza nemmeno accorgersene. Impari presto a distinguerli. E impari a non aspettarti niente da nessuno dei due.
Da bambino credevo che Batman sarebbe venuto a trovarmi. Una notte qualsiasi, appeso a testa in giù fuori dalla finestra. Restavo sveglio ad aspettarlo come un cretino, con un occhio aperto sul buio.
Batman non è mai venuto. Nessuno viene, se è per questo.
Però ho imparato ad amare i pipistrelli. Bestie brutte, che tutti schifano, che vivono al buio e vedono dove gli altri non vedono. Ecco, se mi chiedi che cosa mi ha insegnato la vita, è più o meno questo: i sogni non muoiono, marciscono e diventano qualcos’altro. E quel qualcos’altro, di solito, è più vero del sogno.
Prima di scrivere ho costruito. Anni davanti a una fresa CNC, a guardare un pezzo di materiale grezzo diventare una cosa che prima non esisteva. Il rumore, la polvere nei capelli, nelle narici, dentro le mutande. E alla fine una cosa vera, che potevi toccare. Mi bastava. Forse è stato l’unico periodo in cui qualcosa mi è bastato.
La macchina non ti mente. Se sbagli di un millimetro all’inizio, alla fine hai un rottame. Non puoi dare la colpa al destino, alla società o a tua madre: il pezzo o viene o non viene. È la lezione più onesta che abbia mai ricevuto, e me l’ha data un pezzo di ferro.
Me la sono portata dietro nella scrittura. Una pagina è un pezzo grezzo: la sgrossi, la limi, la rifinisci. E se una parola è di troppo la butti via, come un truciolo. Senza piangerci sopra.
Avevo vent’anni e non capivo un cazzo. Una piazza piena di Harley, cromature al sole, bicilindrici che ti rimbombano nello stomaco. E davanti una vecchia chiesa, tirata su dal basso da un uomo piccolo, povero e malato che con un’idea sola ha fatto girare il mondo.
Mi sono seduto su un gradino. Migliaia di persone mi passavano accanto, tutte occupate a far vedere chi aveva la fede più grossa e il dolore più fotogenico. Nessuno guardava dove metteva i piedi. Io ero lì per cercare il manuale di istruzioni della vita.
Il manuale non c’era. Non c’è mai. Sotto la mano, su quel gradino, ho trovato invece un anello: una maglia d’argento intrecciata. Me lo sono infilato al dito e calzava a pennello.
Allora mi è sembrato un segno. Oggi so che era solo un anello. Ma so anche che quell’uomo piccolo aveva capito una cosa che a me è servita più di vent’anni per capire: la forza non viene mai dall’alto.
La musica non l’ho mai usata come sottofondo. Per me è la seconda voce, quella che parla quando la prima ha la gola chiusa. Springsteen e i Nomadi. Leonard Cohen e i System Of A Down. I Dire Straits e Vecchioni. Bonamassa, Nina Simone, i Lynyrd Skynyrd, sempre i Lynyrd Skynyrd. Quelle canzoni che ti fanno alzare il volume al semaforo e fregartene della signora nella macchina accanto che ti guarda come un delinquente.
Le canzoni le colleziono come i vecchi collezionano rancori. A ognuna do un voto con le stelline: tre, cinque, sei quando una canzone ti apre in due e ti lascia lì.
Per anni ho sognato una radio. E non un sogno da bar: l’ho progettata sul serio, palinsesto intero, dalla mattina alla notte. Il meglio della musica italiana, il meglio dell’America, le hit dagli anni ’60 al 2000, i Settanta scavati fino all’osso, gli emergenti, le copertine degli album che hanno fatto la storia. E un programma mio, che conducevo io: 4Ever Rock – Le perle del rock. Con me c’erano amici veri. Marco Pilone curava Open Your Mind.
Tieni a mente la radio. Perché è da lì che è nato tutto.
Su un foglio di appunti, anni fa, ho scritto una frase che non mi sono più tolto dalla testa:
Vivo la mia vita non da spettatore di un film, ma da protagonista di un documentario.
Nei film la musica parte al momento giusto e il cattivo perde. Nei documentari no. Nei documentari la telecamera resta accesa anche quando piangi, quando sbagli, quando per tre ore non succede un cazzo. Io ho scelto il documentario. Non perché sia più bello. Perché non ho mai avuto il budget per il film.
La cosa più onesta che posso dirti di me è questa: sono un collezionista di cose lasciate a metà.
Nel 2019 ho comprato questo dominio per farci vedere i miei lavori. Mai messo online. Poi l’ho trasformato in una radio. Ferma anche quella. Ogni febbraio pagavo l’affitto di un sogno che non abitava nessuno.
Per anni ho pensato che fosse la prova. La voce che ti arriva alle tre di notte, puntuale come un creditore: vedi? non finisci mai niente.
E ho fatto l’errore più stupido che un uomo possa fare, e l’ho rifatto per anni con metodo: cercare di somigliare a qualcun altro. Essere quello che gli altri volevano, per piacere, per quieto vivere, per non disturbare. Mi guardavo allo specchio e vedevo un tizio al contrario, e mi convincevo che fosse la realtà.
Ho conosciuto la fame e il cibo a volontà. La miseria vera e la ricchezza di spirito, che non paga le bollette ma ti tiene in piedi. Ho amato, ho odiato, ho tradito e sono stato tradito. I miei conti li ho pagati da solo. Nessuno me li ha offerti. Va bene così: almeno non devo niente a nessuno.
C’è gente che parla, parla e parla. Apre la bocca e via, come un rubinetto rotto. Tanto fiato buttato.
Io con gli anni ho imparato a stare zitto. Il silenzio è l’unica stanza dove senti davvero la tua voce. A volte si parla solo per scoprire che il silenzio aveva già detto tutto.
Ci sono date che non si segnano sul calendario. Te le tatuano addosso, senza anestesia.
Il 30 maggio 2013, alle 8:50 del mattino, mia madre se n’è andata tra le mie braccia. Mi avevano chiamato poco prima: manca poco, corri. Ho corso come non avevo mai corso in vita mia. Quando sono arrivato era ancora lì, e mi ha parlato con gli occhi.
Avevo una mano sul suo cuore e l’altra sulla sua fronte. Le ho bagnato le labbra. Le ho detto che i miei figli stavano bene, che eravamo una famiglia. Lei non ha risposto: una lacrima le è scesa sulla guancia. Poi ho sentito il suo cuore rallentare sotto la mia mano. Piano. Fino a fermarsi. Avevamo visto l’alba insieme.
Da piccolo, quando avevo sonno, le dicevo: mamma, chiudi la porta. Oggi le dico il contrario: non chiuderla, mamma. Sei in buona compagnia.
Da quella mattina ho smesso di rimandare. Non del tutto. Ma abbastanza.
Ho due figli. Sono il centro di gravità di tutto quello che faccio, anche quando non si vede, anche quando faccio casino.
Non ho mai voluto essere il padre delle prediche. Le prediche le fa chi ha paura di raccontare com’è andata davvero. Io credo che l’unica eredità che valga qualcosa sia la verità. Non la versione buona, quella per le feste. La verità intera, anche quella che ti fa fare la figura del coglione. Perché un giorno saranno uomini, e avranno bisogno di sapere che il loro padre è caduto un sacco di volte. E che si è sempre rialzato, magari zoppicando.
Il libro ha trentuno capitoli. Non è un caso. Niente è un caso, in questa storia.
Trentuno era il soprannome di mio padre. Quello naturale.
Non ti spiego altro. Chi ha un padre naturale sa già che dietro quell’aggettivo c’è un romanzo intero. Io ne ho scritto un altro, e gli ho dato il suo numero.
Route 66 non doveva essere un libro. Doveva essere un podcast per la radio.
L’idea era semplice e un po’ folle: prendere gli appunti di una vita, anni di fogli, frasi, ricordi, schifezze e cose belle, e trasformarli in una storia da ascoltare, a puntate, con la musica dentro. Mi sono messo a scrivere e non mi sono più fermato. È venuto fuori un testo lunghissimo, e l’ho diviso in trentuno parti. Trentuno puntate. Sai già perché.
Poi c’erano le voci da trovare. A Black dava la voce Marco Pilone, e non potevo chiedere di meglio. Il problema era lei: Kristen. Kris. Chi cazzo poteva dare la voce a Kris?
Ne ho ascoltate decine. Attrici di teatro, freelance trovate online, voci belle, voci pulite, voci giuste sulla carta. Alla fine mi sono accontentato della migliore che avevo trovato. Ma a Marco non stava bene. Lui credeva nel progetto, e da me voleva il meglio, non il meno peggio. Aveva ragione, Marco. E io sono ripartito da zero.
Dopo mille ricerche sono arrivato a una persona che diciassette anni prima mi aveva lasciato un ricordo dolce e un amore rimasto lì, sospeso, mai dichiarato. Non per vigliaccheria, e nemmeno perché ero un ragazzino. Lei era impegnata, e io l’ho rispettata. Certe parole si tengono in tasca per rispetto, anche quando ti bruciano la tasca per anni.
Si chiama Agata. Nel frattempo era diventata, per cinque anni, una cantante jazz e bossa nova. La sua voce la ricordavo benissimo. Proprio per questo non mi fidavo di me: non volevo che a scegliere fosse il cuore invece dell’orecchio. Allora le ho mandato un pezzo breve, un testo di Kris, senza dirle niente di più. Lei ci ha pensato qualche minuto. Poi mi ha mandato un vocale con la sua interpretazione.
Ho pianto. Io, quello del silenzio e della testa dura. Ho pianto come un cretino davanti al telefono.
Era lei. Era Kris in persona, esattamente come l’avevo sentita in testa mentre scrivevo, notte dopo notte.
Abbiamo cominciato a lavorare sul serio a quelle registrazioni. E a noi.
Quello che diciassette anni prima non avevo potuto dire, ce lo siamo detti allora. Da quel momento la radio l’abbiamo portata avanti in due.
Le cose belle hanno sempre una fine che non ti aspetti. È il loro modo di ricordarti che erano belle.
Il progetto della radio è andato in stallo. Tutto sembrava scivolare alla deriva, come una barca a cui nessuno ha più voglia di tenere il timone. E lì, proprio lì, lei mi ha detto:
«Perché non ne fai un libro?»
Le ho risposto quello che risponde uno come me: e a chi vuoi che interessi la mia storia? La mia vita? Sono solo uno dei tanti, uno che ha vissuto le cose man mano che succedevano, senza piano, senza mappa.
Lei ha insistito. Ha insistito come insistono le persone che hanno già visto una cosa che tu non vedi ancora.
Forse aveva ragione. Anzi, tolgo il forse: aveva ragione.
Il libro è mio. La storia è mia. I fatti sono miei, uno per uno. Ma la spinta è sua. Perché certe spinte non arrivano dall’alto, non arrivano dal cielo e nemmeno dalla fortuna. Arrivano da sotto, da chi ti conosce abbastanza da sapere dove spingere:
Dal basso è la spinta e, chi spinge, lo sa!
Quel ragazzo seduto sul gradino, a vent’anni, cercava il manuale. Non l’ha trovato. Ha trovato qualcuno che spingeva.
Anche la copertina l’ha fatta lei.
Niente agenzie, niente grafici, niente intelligenza artificiale. Agata ha letto il manoscritto, l’ha riletto, l’ha letto ancora. Poi ha preso una matita e ha lasciato che il cuore scegliesse l’immagine e la mano facesse il resto. Quel molo di Santa Monica, quella moto, quell’uomo in piedi e quella donna seduta sulla sabbia: non sono un disegno. Sono una lettura.
Quando la guardi, sappi che stai guardando il libro con gli occhi di chi l’ha visto nascere.
Così è nato Route 66. Quattrocentottantasei pagine, trentuno capitoli, trecentonovantadue canzoni.
È tratto da una falsa storia vera: i fatti sono reali, le emozioni sono reali, la storia è romanzata. Non è un memoir e non è un romanzo. Sta nel mezzo, che è il posto più scomodo e quindi il più onesto. Black parte da Chicago senza cartine e senza itinerari e attraversa più di quattromila chilometri di America dimenticata fino all’oceano. Niente Grand Canyon, niente Las Vegas, niente cartoline. Solo motel sul bordo di highway morte e gente che nessuno fotografa.
Le canzoni ci sono perché certe cose io da solo non riuscivo a dirle, e qualcuno le aveva già cantate meglio. Allora ho smesso di fare il fenomeno e le ho lasciate parlare. Nel libro trovi un QR code per ogni momento che conta: lo inquadri, parte la canzone, vai avanti. Il podcast non è morto. È finito dentro le pagine.
L’ho scritto di notte, quasi tutto. L’ho smontato e rimontato come un pezzo al CNC. L’ho impaginato, l’ho pubblicato da solo, senza un editore che mi dicesse cosa tagliare. Qualche volta avrebbe avuto ragione. Non gliel’ho dato comunque, questo piacere.
L’ho scritto per i miei figli. Perché un giorno lo leggano e capiscano chi era davvero il loro padre. Senza filtri.
Nessuno fa la strada da solo, neanche quello che parte da solo. Marco Pilone, che voleva il meglio e me l’ha tirato fuori a forza. Danil U’Matt. Paco. La mia famiglia. Agata, che ha dato la voce a Kris, la spinta a me e la faccia al libro. E tutti quelli che trovi nella pagina dei Ringraziamenti.
Il libro è uscito nel 2026, su Amazon, cartaceo e Kindle.
I lettori mi hanno lasciato cinque stelle. Uno, un collega, mi ha scritto che in vita sua non aveva mai finito un libro, e il mio sì. Tenetevi i premi letterari: io mi tengo quella frase.
Nerd Authority gli ha dedicato una recensione vera, di quelle che non si comprano. Mi hanno intervistato. Ho portato il libro in giro, dietro un banchetto, a guardare in faccia chi lo sfogliava, e a firmare copie con la mano che tremava un po’. Nessuno se n’è accorto. O forse sì, e hanno avuto il buon gusto di stare zitti.
Per uno che non finiva mai niente, non è male.
Avanti. Sempre avanti, anche quando avanti fa schifo.
Sto scrivendo il seguito, perché certe strade non finiscono al cartello End of the Trail sul molo di Santa Monica. Lì ricominciano. È un loop: quando credi di avercela fatta, è appena ripartito il giro.
La radio aspetta il suo turno. Prima o poi si riaccende. Le cose che ti hanno cambiato la vita non muoiono: fanno la muta.
E questo sito è la casa che non avevo mai aperto. Il laboratorio che non ho mai mostrato, la radio che non ho mai acceso, il libro che finalmente ho finito.
Mi piacciono il rock ad alto volume, le strade lunghe, l’odore dell’asfalto dopo la pioggia, il rumore di un bicilindrico al minimo. La gente che non chiede scusa per le sue cicatrici. Quelli che ti guardano negli occhi mentre parlano. Le albe, perché ne ho viste un paio che non si dimenticano.
Non sopporto le parole messe lì solo perché suonano bene. Non sopporto chi parla tanto e ascolta poco. Non sopporto chi guarda la copertina e non apre il libro, in tutti i sensi possibili.
Se sei arrivato fin qui, vuol dire che una biografia lunga non ti ha fatto paura. Allora siamo fatti della stessa pasta, e mi dispiace per te.
Siediti. Alza il volume. E scrivimi.
— Sabino. Per le pagine, e per chi mi conosce davvero, Black.