I libri non nascono da soli. Nascono da persone che, in un modo o nell’altro, ti tengono in piedi mentre li scrivi. Alcune lo sanno. Alcune no.
Questa pagina è per loro.
Serendipity.
Il primo grazie è suo, e non poteva essere altrimenti. Nel libro viene subito dopo i miei figli, e lì resta. Anche qui.
Non l’ho cercata. Non stavo cercando nessuno. Stavo solo cercando di restare in piedi.
Poi è arrivata una voce. Le ho mandato poche righe di Kris, per vedere, per non illudermi, e lei me le ha restituite vive, esattamente come le avevo sentite in testa mentre scrivevo. Da quel vocale non ho più dovuto cercare niente.
Quando la radio si è fermata e io stavo per lasciar perdere tutto, è stata lei a guardarmi e a dirmi: «Perché non ne fai un libro?». Io non ci credevo. Lei sì, per tutti e due.
E quando il libro c’era, gli ha dato una faccia. La copertina l’ha disegnata lei, a matita, dopo aver letto e riletto il manoscritto finché la storia non le è passata dagli occhi alla mano.
La voce di Kris. La matita della copertina. La spinta che mi ha portato fin qui.
Tutto quello che ho attraversato prima, le perdite, i fallimenti, le notti sbagliate, non era senza senso. Era la strada. E alla fine della strada c’eri tu.
Dal basso è la spinta e, chi spinge, lo sa.
Grazie, Agata.
Per il Double Face. Per tutto quello che quella parola contiene.
Il Double Face era il bar del paese. L’unico. Scalcinato, perfetto. In un posto dove non c’era niente, niente internet, niente di niente, c’era Paco. E un giorno Paco tornò da un mercatino dell’usato con un jukebox, ancora pieno di dischi.
Io ero lì mentre lo scaricavano dal camion. Fui il primo a infilarci dentro 200 lire. Premetti il B1. Partì Take Me Home, Country Roads.
Da lì è cominciato tutto. L’America me l’ha regalata Paco, prima ancora di vederla: quella del rock, del blues, delle strade che non finiscono. E poi le notti, gli anni, le birre, i libri letti sotto l’arco di Faggiano, dove Paco aveva messo due tavoli. Le parole buttate sul tavolo parlando di tutto quello che si può parlare a quell’età, e anche dopo.
Se oggi c’è un libro che si chiama Route 66, una parte è nata lì, davanti a quel jukebox. Non fosse stato per il Double Face, io non sarei qui.
Per il sostegno e per la sua voce. Perché certe voci arrivano nel momento giusto, e la tua era quella che ci voleva.
Sei stato la voce di Black, il primo a crederci davvero e il primo a dirmi di no quando mi stavo accontentando. Volevi il meglio, non il meno peggio. Avevi ragione, Marco.
Per il sostegno fraterno e per le sue Harley.
Ci conosciamo da poco, un paio d’anni o poco più. È bastato. Mi hai insegnato la resilienza: quella vera, non quella dei poster motivazionali. La rinascita dopo la fine, e perché no, in sella a una bella Harley.
Sei un uomo che è caduto tante volte e tante volte si è rialzato, e porta addosso, tatuati, i segni delle sue sconfitte e delle sue rivincite. Guardarti mi ha ricordato che si può ripartire. Sempre.
Sai già cosa voglio dire. E se non lo sai, rileggi il libro.
Mi hai messo in mano la musica prima ancora che sapessi tenerla. I Nomadi, la lirica, la musica in tutte le sue forme.
Mi hai insegnato il rispetto, la disciplina, l’autorità. Mi hai insegnato a essere uomo anche quando si è fragili, anche quando ci si chiude dentro la propria debolezza e non si trova la porta per uscire. E mi hai insegnato una cosa che ho capito tardi: che bisogna volersi bene, anche quando si è arrivati a metà della vita e il conto non torna.
Mi hai insegnato che la vita si ama, anche quando fa schifo. Soprattutto quando fa schifo.
Il tuo amore non aveva istruzioni. Era solo lì. Sempre. Quello che il mondo chiama ignorante, io lo chiamo puro.
Hai preso la mia sofferenza, l’hai messa sul tavolo e mi hai detto: guardala. Non scappare. Non combatterla. Guardala. È la cosa più difficile che abbia mai fatto.
L’umiltà non si studia. Si impara a schiaffi. Tu me li hai dati con delicatezza, ma non ne hai mancato uno. Ogni volta che mi credevo arrivato, eri lì a ricordarmi che la strada è ancora lunga.
Antonio e Federico. Per cui ogni pagina è stata scritta.
Ai miei ex amici, per la lontananza, che a volte insegna più della vicinanza.
Ai miei pochi amici, per la vicinanza, che vale quanto tutto il resto messo insieme.
A chiunque abbia mai guidato di notte con la musica a palla e la testa piena di domande senza risposta: questo libro è anche vostro.
E a te che stai leggendo. Se hai comprato il libro, se l’hai regalato, se ne hai parlato a qualcuno o hai lasciato una recensione, sei su questa strada anche tu.
A tutti quelli che ho citato nel libro, e a quelli che non ho avuto il coraggio di citare: siete tutti sulla mia Route 66.
— Black