Sono anni che aspetto questo momento. Il viaggio c’entra poco. Aspettavo di mettermi in fila anch’io, una volta tanto, davanti al mio nome.
Sono atterrato ieri in una città di cui non so pronunciare nemmeno le strade. Ho una valigia, un telefono con il 4% di batteria e un appuntamento domattina. Roba da niente, un pezzo da rimettere a posto, di quelli che a guardarmi non si vedono. Ma voglio fare un passo indietro.
Per anni ho camminato con un debito addosso e non ricordo chi me l’abbia intestato. Qualcuno perdeva qualcosa e io pagavo. Pagavo con i soldi che non avevo, con il tempo che non mi restituiranno, con le notti. Pagavo anche per cose che nemmeno erano mie. Ci hai mai fatto caso? La colpa non ti manda mai la ricevuta. Ti fa solo il conto, ogni mese, uguale. Una banca con la faccia di un amico.
Intanto io finivo sempre dopo. Secondo, terzo, quarto. Quando toccava a me non c’era tempo, non c’erano soldi, c’era sempre un buon motivo. I buoni motivi sono i secondini più educati che esistano: ti aprono la porta, ti dicono prego, e tu resti dentro.
Poi qualcosa è saltato, come salta sempre, senza avvisare. Mi sono ritrovato a dormire in case che non erano mie, ospite nella mia stessa vita, a scrivere di notte per svuotare il bidone. Perché scrivevo? Per rabbia, per amore, per paura, per rabbia, l’ho già detto? Scrivevo perché quello che ti tieni dentro non marcisce, fermenta, e prima o poi ti sale in gola. Ho buttato tutto sulla carta per decidere io cosa farne e quando rileggerlo. Non era letteratura. Era una cura fatta in casa con gli attrezzi di bordo.
E in mezzo a tutta quella merda, arrivi tu, Kristen.
Ricordo la soglia. Ero lì con le mani in tasca e l’orgoglio piantato in gola, già mezzo girato. Ti avevo detto: non voglio niente, mi basta un abbraccio e me ne vado. Lo pensavo davvero, giuro. Mi hai abbracciato e ho pensato: ecco, adesso posso anche andare. Poi mi hai tenuto lì. Hai letto la mia schiena come si legge un cartello sulla statale, e non mi hai lasciato partire.
Quella notte è stata la prima pietra. Quella su cui Pietro costruì il suo impero. Io ci ho costruito il mio amore.
Quattro giorni dopo mi hai detto che l’amore è sopravvalutato. Di non affezionarmi, che era una cosa passeggera. Mi si è spento qualcosa dentro, come il motore a centoquaranta in autostrada: nessun rumore, solo l’asfalto che continua a scorrere. Un’altra tacca sul muro. Vaffanculo.
Mi sono rifugiato nel sonno. Il buio, la penombra, qualche ora di niente, aspettando che il giorno mi rimandasse in quella stanza che non riuscivo a chiamare casa.
E da quelle lenzuola, dal nulla, è uscito. Due parole. Ti amo.
Mi sono scavate nelle ossa. Hanno fatto eco come sul bordo del Gran Canyon, su quello scoglio senza mare che Black si portava dietro da sempre. Poche ore prima l’amore era sopravvalutato, e adesso lo dicevi tu. Tu, che non sembravi una da “ti amo” regalato. Che cazzo succede, Black? Sogno o son desto?
Succede che l’amore non lo cerchi. Non c’è matematica, non c’è fisica, non c’è un cazzo. Arriva. Se sei pronto lo prendi, se no ti sfiora e tira dritto. Io ero pronto senza saperlo. L’ho preso.
Da lì è successo tutto, e troppo in fretta per digerirlo. Lettere, canzoni, sorprese, sacrifici, baci che non finivano mai. Poi la vita ha rimesso il cartello lavori in corso, ed eccomi qui.
Da solo, in una città che non capisco, ad aspettare domattina.
Lo so cosa pensi. Tutto ‘sto pippone per dire che sei in viaggio da solo? No, cazzo. Tutto questo per dire che per la prima volta il biglietto è intestato a me. Non a un debito, non a un dovere, non a un buon motivo. A me.
Contando bene, questi ultimi diciotto mesi sono stati i miei primi diciotto mesi di vita. Prima era un lungo prologo che avevo scambiato per il libro.
Il paradosso è che avrei dovuto esserci con te. Sull’aereo i posti erano tutti occupati, tranne quello alla mia destra. In albergo mi hanno dato una doppia. Il letto a sinistra è intatto, il cuscino ancora gonfio, e mi fissa. Il tuo posto. Vuoto, e pesa più della valigia.
Di questa stanza non mi frega niente. Mi frega che qui dovevi esserci tu, per dirti grazie. Grazie per la mano quando lo sconforto mi masticava. Grazie per essere la mia donna. Grazie per quel “ti amo” sopravvalutato che è diventato amore.
Domani riparto, lascio questo letto che non mi appartiene e torno più intero di come sono partito. Niente di nuovo, solo una cosa che mi ero tolto per darla a chi non la meritava, e che adesso è di nuovo mia.
Non sono qui a piangermi addosso. Sono qui a ringraziare. E sono solo, ed è giusto così. Se ci fossi stata tu sarebbe stato tutto troppo facile.
Mi hai scritto che stare lontani aiuta a pensare. Eccomi qui che penso. Eccomi qui che vorrei essere lì. Non hai fatto niente, ma l’hai fatto così bene che altri, facendo tanto, hanno fatto meno.
Grazie, amore mio.
Black
Le canzoni di questo viaggio sono nel Juke-box di Black. E se vuoi conoscere Kristen e tutta la strada che c’è dietro: Route 66 – One Road, One Love, One Life è su Amazon.
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