Quello che resta di una domenica di merda che di merda non aveva niente.
Il lunedì mattina Paco arriva in officina con la faccia di uno che ha dormito tre ore e l’anima di uno che ha dormito benissimo. Si appoggia al bancone, tira fuori il telefono e me lo mette sotto il naso senza dire niente.
Una foto. Suo padre, sulla sedia, la testa reclinata, la bocca mezza aperta e le mani ancora nere di grasso appoggiate sulle ginocchia. Dorme come dorme un uomo che ha finito il suo lavoro.
Guardo la foto. Guardo Paco. Mi viene da ridere e mi si stringe lo stomaco nello stesso momento.
«Che cazzo è successo?» gli faccio.
Lui sorride di lato, quel sorriso da bastardo che si porta dietro da quando lo conosco.
«Siediti. Ti spiego.»
«Domenica mattina. Eravamo a casa, fuori dal garage. Le ragazze di là a fare i panini, noi di qua a scaldare i motori. Dovevamo uscire.»
«Dove?»
«Ai laghi di Campogagliano, a Modena. Picnic. Come due vecchi con la schiena a pezzi e il cuore da ragazzini. Poi Alex fa per partire e…»
Si ferma. Aspetta. Il bastardo sa esattamente come si racconta una storia.
«E?»
«Crac.»
«Crac cosa?»
«La frizione. Gli si spezza la frizione, così, senza preavviso. Un attimo prima eravamo pronti a partire, quello dopo avevamo una moto morta in mezzo al cortile e quattro panini che aspettavano.»
«E vi siete incazzati.»
«Io pensavo: ecco, c’è la domenica che se ne va a puttane. Poi ho guardato gli altri. Nessuno ha detto una parola. Ci siamo guardati e abbiamo capito tutto. Mio padre si è già tolto l’orologio.»
Lo vedo, il vecchio. Canottiera nera, stazza di roccia, vent’anni di bicilindrici sulle spalle, che si sfila l’orologio e lo posa su una mensola come un chirurgo prima di aprire.
«E poi?»
«E poi cambiamo quella cazzo di frizione. Alex smonta la leva, e ha le mani che sanno già dove andare, sai com’è fatto. Mio padre prende il cavo vecchio e lo tiene su, lo guarda come si guarda un nemico che ha già perso, per capire dove cazzo deve passare quello nuovo.»
«E tu?»
«Io e Paolo chini sulla coppa dello spingifrizione. La apriamo per agganciare il cavo, e là dentro ci sono quei pallini che spingono l’alberino della frizione. Piccoli bastardi. Ne sbagli uno di un millimetro e ti ritrovi a smontare tutto da capo, a bestemmiare in aramaico.»
«Quattro persone su una moto sola.»
«Quattro. Quattro paia di mani sporche che si pestano i piedi, si passano le chiavi, si insultano con affetto. Nessuno comanda. Nessuno dà istruzioni. Uno allunga la mano e l’altro ci mette già dentro la chiave giusta. Capisci?»
Capisco. E capisco anche perché non lo ha detto come un lamento.
«Quindi quanto ci avete messo?»
«In orario decente, pensa un po’. Rimontiamo tutto, puliamo tutto, ci buttiamo giù un po’ d’acqua e partiamo. Tutti insieme, direzione laghi.»
«E il picnic?»
Paco si prende un momento. Guarda un punto lontano oltre la mia spalla, e per un secondo smette di fare il duro.
«Ti giuro, era un cazzo di niente. Eravamo seduti sull’erba, con le mani ancora nere, a mangiare panini con le Harley parcheggiate lì vicino. Il sole in faccia, le ragazze che ridevano, mio padre che finalmente si è seduto. Niente di speciale. Eppure era tutto.»
«Tutto cosa?»
«Tutto. Tutti presenti, nessuno che mancava. La strada ancora calda dietro di noi e un’altra tutta da fare per tornare. Non ti serve altro, sai? Quando ce l’hai, lo sai. Quando non ce l’hai più, lo sai ancora meglio.»
Non rispondo. Certe frasi non vogliono risposte, vogliono solo un po’ di silenzio intorno.
«E la sera?»
«La sera siamo rientrati a casa. Distrutti, ma distrutti nel modo giusto. Quella stanchezza che non è fatica, è riempimento.»
«Sì, e il lunedì siamo qui come due cadaveri.»
«Occhiaie da guerra, schiena che chiede pietà, facce da zombie.» Ride. «Ma ci rifarei tutto.»
«E la foto?»
Paco riprende il telefono. La guarda ancora, e stavolta non sorride da bastardo. Sorride e basta.
«Quella l’ho scattata io, quando si è addormentato. Era lì, spalmato su quella sedia, e io lo guardavo. Mio padre, che ha domato mille moto, che sa tenere in piedi una cosa che sta cadendo, che non molla mai e non chiede mai niente. Si è addormentato come un bambino. Perché per una volta nessuno aveva bisogno che lui facesse da roccia.»
Un silenzio. Fuori passa una moto, lontana. Riconosco il suono, bicilindrico, e mi vengono i brividi.
«Gli hai mandato la foto?»
«No. Questa me la tengo. Una frizione rotta, quattro stronzi, una domenica che non scorderò mai. Ci sta dentro tutto.»
Mi alzo. Gli appoggio una mano sulla spalla, sporca di grasso, che tanto ormai non fa differenza.
«E se potessi tornare indietro?»
Paco mi guarda. Quel sorriso da bastardo ritorna, ma negli occhi c’è altro.
«Rifarei tutto. Frizione rotta compresa.»
Perché le domeniche perfette non esistono. Esistono quelle che ti si rompono tra le mani, e le persone con cui le aggiusti.
Black
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racconto stupendo